Recensione: La casa – Fede Alvarez

Spaventoso e splatter. Attenzione, però, non è un vero remake dell’originale di Sam Raimi.

Mia è una giovane con seri problemi di droga. Determinata a lasciarseli alle spalle, decide di trascorrere alcuni  giorni nella casa di campagna della sua infanzia, per rimanere isolata e affrontare i primi, difficili giorni di astinenza.

Ad accompagnarla saranno la sua infermiera e  migliore amica, Olivia, l’insegnante di liceo Eric, il fratello maggiore, David, con cui non parla da tempo, e Natalie, la ragazza di quest’ultimo. Giunti sul posto, però, i ragazzi scoprono che la cantina della casa è stata teatro di alcuni riti satanici. Eric, studioso di antropologia, resta incuriosito da un antico libro chiuso con del filo spinato. Di nascosto dagli altri, lo porta nella sua stanza, lo apre e, ritenendolo innocuo, comincia a leggerne alcuni passi ad alta voce.  Il suo gesto avventato  risveglierà un antico demone, permettendogli di prendere possesso della vulnerabile Mia….

Contrariamente a quanto dichiarato durante la promozione del film, La casa, nella versione dell’uruguaiano Fede Alvarez, non è un sequel né tantomeno un remake dell’omonima pellicola di Sam Raimi. Ben trent’anni dopo il film originale, ritornano gli elementi base del classico film horror: una casa di campagna sperduta nel nulla, inquietanti e demoniache presenze, e un gruppo di amici che passerà il weekend nel cottage. L’iter è quello classico dei film di genere e, come  spesso accade, i giovani protagonisti dovranno fare i conti non solo col demone/serial killer di turno, ma anche con la manifesta idiozia di uno di loro. Anche in questa casa, come da copione, c’è qualcuno che – andando contro ogni logica e buon senso – cede alla fascinazione di un oggetto palesemente pericoloso, scatenando l’inferno in senso letterale e figurato.

Questo  schema, ormai largamente abusato, è stato denaturalizzato e ridicolizzato da David Goddard nell’originale Quella casa nel bosco, che v’invitiamo a recuperare. Alvarez si attiene invece alle regole del genere, tralasciando, fra l’altro, la più importante innovazione apportata da Raimi, che con La Casa e  L’armata delle Tenebre  diede vita a un nuovo filone dell’horror, capace di coniugare il brivido all’ironia, lo splatter alla gag demenziale.

Riprendendo dal suo predecessore solo l’utilizzo del punto di vista del demone – reso con rapidissimi movimenti di macchina –, gli alberi stupratori e la mano mozzata dalla sega elettrica che prende vita, Alvarez abbandona ogni tentativo di alleggerimento e umorismo. Il suo intento – riuscito – è quello di spaventare lo spettatore. Angoscia, orrore e disgusto sono le sensazioni che accompagnano la visione del suo film. Il più delle volte si è tentati di chiudere gli occhi o persino di tapparsi le orecchie, pur di non vedere e sentire. Perciò, lode al regista che, pur senza inventare o innovare nulla, porta a termine la sua missione: terrorizzare.

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