Defiance: la sfida del transmediale

Defiance è un’esperienza di intrattenimento innovativo, situata su una devastata Terra del futuro. Guarda lo show, gioca al videogame, cambia il mondo”.

Così recita il profilo di Defiance su Twitter. Non è così semplice però parlare di questo prodotto della rete Syfy e della Trion Worlds.

In effetti non c’è forse ancora un termine semplice in italiano per definire questo pacchetto trans mediale, che è una cosa nuova e si è proposta come tale, ma senza la presunzione che ci si poteva aspettare; mentre in altri casi l’arroganza ha fatto fallire altre serie, tanto gonfiate dal battage pubblicitario iniziale e che si sono rivelate invece flop plateali. Il pilot ha ottenuto recensioni controverse: c’è chi ha parlato di dinamiche già viste e straviste, chi ha gridato d’entusiasmo e c’è chi prudentemente attende di vedere come le cose si evolveranno. Nel frattempo l’attenzione degli spettatori cresce. Anche se, ecco, il termine stesso “spettatori” è decisamente riduttivo, poiché, come abbiamo già detto, Defiance è sia una serie televisiva sia un videogame che corrono di pari passo, dunque attinge a più bacini di utenza e di preferenza e in questo apre realmente una strada nuova.

L’ultima novità, per esempio, consiste nel fatto che questo “esperimento mediatico” ha proposto un concorso che consentirà al personaggio di un giocatore di comparire in un episodio del telefilm. Questo videogioco è un MMO (Massive(ly) Multiplayer Online): gioco di ruolo online multigiocatore di massa, cioè viene svolto “tramite Internet contemporaneamente da più persone: migliaia di giocatori possono interagire interpretando personaggi che si evolvono insieme al mondo persistente che li circonda ed in cui vivono” (Wikipedia). Insomma, il giocatore iscritto al concorso che riuscirà a raggiungere determinati risultati all’interno del videogioco vedrà il suo avatar promosso a personaggio del telefilm. La registrazione e il gioco sono cominciate alle 12.00 del 30 aprile. Se ci pensate è pazzesco: un’interazione così galvanizza sia i videogamers sia gli spettatori e invita entrambe le categorie a espandersi nell’altro campo! E questo esperimento sarà replicato anche in futuro.

La sinossi della serie è semplice: “In un prossimo futuro, durante una guerra con una razza di alieni invasori chiamati Votan, una tecnologia di terra-formazione aliena viene accidentalmente scatenata sulla Terra, creando un nuovo pianeta, pericoloso per gli esseri umani e gli alieni. Alla fine tutti si rendono conto che devono imparare a stare insieme per sopravvivere”.

Defiance dunque punta a giocare su più livelli. Lo si può constatare perché allude spesso alla sua controparte, il videogame, come per esempio, nel secondo episodio, con la discesa speleologica al livello sotterraneo che nasconde la vecchia St. Louis, cristallizzata nella sua distruzione trentatré anni prima, quando gli alieni sono arrivati, e che fa pensare proprio ai diversi livelli dei videogiochi, anche grazie ai panorami immensi frutto della computer grafica. Soprattutto però la molteplicità dei livelli la si vede nel gioco delle metafore. La piccola Defiance, fondata una quindicina d’anni dopo che la guerra era cessata, vuole chiaramente alludere infatti alla comunità mondiale odierna, straziata spesso dalle differenze culturali – vedi gli Islamici radicati in terra occidentale o anche certe atroci usanze tribali che, nelle nostre città, contrastano con i diritti dell’uomo – e dalla necessità di rispettare le identità diverse, ma anche di riferirsi a una legge morale unificante. Insomma, come True Blood allude alla convivenza fra diversi usando la metafora dei vampiri, così fa Defiance, partendo dall’idea che il Melting Pot multirazziale e multiculturale che era stato profetizzato per il mondo occidentale non sia sempre facile da vivere come si era sperato.

Nel secondo episodio infatti le usanze crudeli della razza Castithan contrastano con la moralità “umana” corrente. Il sindaco combatte per trovare la via giusta e unire la gente intorno alla sopravvivenza comune e all’“amor di patria”. Già nel pilot si era visto che forze opposte dal volto amico e dai fini ambigui complottano, avanzando anche pretese di purezza d’intenti in nome di un bene comune univocamente stabilito. É la sconcertante ambiguità dalla politica, sempre in bilico fra un fine che giustifica mezzi infami e una moralità dalle sfumature tendenti all’oscuro. Chi stabilisce, insomma, cos’è il bene comune?

La pretesa, a livello di significati culturali, è dunque alta. A questo si intrecciano fili diversi, dinamiche relazionali tradizionalmente necessarie, come quella fra Joshua Nolan (Grant Bowler), il protagonista maschile, e la sua figlia adottiva aliena, Irisa Nyira (Stephanie Leonidas) di razza Irathient, quella fra il combattivo Nolan e il neo sindaco Amanda Rosewater (Julie Benz), quella fra i due maggiorenti della città Datak Tarr (Tony Curran), della razza dei Castithans, e Rafe McCawley (Graham Greene) e le loro rispettive famiglie, con tanto di love story interrazziale alla Giulietta e Romeo fra il figlio del primo e la figlia del secondo.

Succedono insomma un sacco di cose, molti dicono troppe e non proprio perfettamente composte nell’insieme, come se ci fosse una lotta, in parte persa, per raggiungere una buona e accattivante semplicità. In verità probabilmente i vicoli ciechi della sceneggiatura sono dovuti alla frenesia di dare gli elementi del world building, un mondo complesso e multi collegato, che sembra invece costituire l’attrattiva principale della serie. In tutta questa situazione gli sceneggiatori hanno trovato il modo di inserire anche l’avventura verticale, tipo procedural drama, che si conclude a fine episodio.

Una menzione a parte merita il make up artist che ha sfornato apparenze aliene credibili e “portabili”, sebbene forse non si possano invidiare gli attori che interpretano i personaggi Indogenes, una delle razze Votan!

Nel frattempo il cuore pulsante, il punto di vista proposto sottilmente agli spettatori è quello dell’adolescente Arisa, con il suo passato difficile, con la sua voglia di ribellione e di giustizia, con la sensibilità appuntita – è una ragazza che sa usare benissimo le armi a sua disposizione – e il desiderio di trovare una casa e una felicità che siano proprio per lei.

Uno degli input narrativi è infatti quello del rapporto, ovviamente difficile, fra lei e il giovane vicesceriffo, mentre, sullo sfondo, tutti i personaggi principali sono chiamati a crescere umanamente e per quanto concerne i loro ruoli istituzionali. Amanda lavora a diventare un bravo sindaco, Nolan a essere un padre affidabile e uno sceriffo equilibrato, sebbene quest’ultimo personaggio mi pare proprio quello che convince meno, come se la sua esistenza fosse dovuta alla necessità di un maschio alfa standard che spari facilmente. Mentre il sindaco Rosewater, grazie alla bravura che Julie Benz ha già dimostrato per Buffy the Vampire Slayer, Angel e Dexter, ha tutt’altra consistenza.

Ce n’è di roba da vedere, gente, è innegabile. Bisogna forse portare un po’ di pazienza perché i vari elementi della storia si equilibrino. Nel frattempo la serie conta sulla base dura e pura dei videogamers e, almeno oltreoceano, questo fattore probabilmente la mette al sicuro in una botte di ferro.

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