Game of Thrones: verso la terza alba

All’alba della terza serie di “Game of Thrones” (in uscita il 31 Marzo sulla HBO), è arrivato il momento di fare i conti in tasca a babbo George Raymond Richard Martin.

Per quei pochi che sono stati lontani da tv e internet negli ultimi due anni, Game of Thrones è una serie tv fantasy, dai toni cupi e drammatici, che racconta le lotte di potere, gli intrighi e i tradimenti durante la guerra dei Sette Regni di Westeros, per il dominio del Trono di Spade.
Con tre milioni di spettatori per ogni puntata della prima stagione, quattro per la seconda, due Emmy Awards, e contratti già rinnovati per altre due stagioni, Game of Thrones ha tutte le carte per diventare una delle serie tv storiche del panorama seriale, e una delle trasposizioni letterarie meglio riuscite.

Martin inizia “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, la saga letteraria da cui trae ispirazione la serie, alla non poi così tanto tenera età di 43 anni, dopo una carriera di insegnante e autore televisivo. Fugge da Hollywood perché stanco delle restrizioni imposte dai meccanismi produttivi e si dedica alla realizzazione di “A Game of Thrones”, il primo volume di quella che doveva essere una trilogia, e che vedrà la carta stampata nel 1996. Solo successivamente, quel gran simpaticone di Martin si rese conto di aver messo troppa carne al fuoco, troppi gli elementi e i personaggi di cui narrare, da dover estendere la saga ad almeno sette volumi, per la gioia di noi lettori, che continuiamo a sperare di riuscire a leggere, un giorno, la conclusione di questa storia. Ma mentre aspettiamo che quelle sue dita cicciotte digitino la parola “Fine” sull’ultimo tomo, possiamo dilettarci con gli innumerevoli prodotti nati dalle Cronache, come giochi di carte collezionabili, da tavolo, di ruolo e fumetti. Il mondo di Westeros ha oramai invaso l’immaginario collettivo, e la serie tv non è che la ciliegina sulla torta, la coronazione, di un successo letterario.

Il 17 Marzo 2011 la HBO regala al vasto popolo dei fan quello che ogni appassionato sogna: vedere sul grande, o in questo caso piccolo, schermo la trasposizione di ciò che prima aveva solo immaginato. Ma quanto questo sogno corrisponde a realtà? Quanto la serie è realmente fedele all’opera letteraria? Tenere il passo con le incredibili aspettative dei lettori è il primo scoglio di un progetto tratto da un’opera così famosa, e un solo passo falso può decretarne la fine, per quanto buone possano essere le intenzioni.

Fortunatamente i mesi di casting, foto e making of, pubblicati sulla più autorevole fonte in merito, ovvero lo stesso blog di George R. R. Martin, hanno rassicurato i fan prima ancora che la serie iniziasse. Il solo coinvolgimento dell’autore in ogni aspetto della serie, dai costumi alle scenografie, era una prova del livello di fedeltà che gli autori e la produzione intendevano raggiungere. Gli stessi romanzi, poi, si prestano molto a un adattamento televisivo, nonché seriale (Martin stesso fu sceneggiatore e produttore di altre serie, durante il suo periodo ad Hollywood): il racconto a episodi, dove ogni capitolo racconta il punto di vista di un determinato personaggio, a cui il lettore/telespettatore tende più o meno ad appassionarsi, è uno degli strumenti chiave della televisione seriale moderna. Ma la vera forza (non l’unica) di Game of Thrones sta proprio nella perfezione, quasi maniacale, nel ricreare ogni dettaglio di costumi, scenografie e personaggi. Lo stesso Martin è incredibilmente prolisso di descrizioni, nei suoi racconti, e ciò ha reso sicuramente facile il lavoro di adattamento. Dagli stendardi, ai gioielli, le vesti e le armature, per passare alle ambientazioni e le scenografie, ogni singola cosa è stata curata per ottenere la miglior resa. Se questo sembra poca cosa, è sufficiente far notare che Game of Thrones non è una ricostruzione storica, ma un’opera di fantasia, e la mole di lavoro di preproduzione è paragonabile a quella del Signore degli Anelli. Considerando l’enorme differenza di budget (270 milioni di dollari per Peter Jackson, 50 milioni per Martin, pari al solo episodio pilota di Boardwalk Empire), si può apprezzare ancora di più il lavoro svolto. I sei Creative Arts Emmy Awards poi, parlano da soli.

Ma se anche l’occhio vuole la sua parte, una serie incentrata sui personaggi e sulle loro relazioni non può che richiedere un cast all’altezza di tale responsabilità. Per quanto i nomi noti al grande pubblico si contino sulle dita di una mano (uno su tutto, Sean Bean nei panni di Lord Eddard Stark di Grande Inverno), il lavoro svolto dagli attori, e dagli autori che li hanno scelti, è stato degno di ogni aspettativa. Il pluripremiato Peter Dinklage (Tyrion Lannister) e l’esordiente Emilia Clarke (Daenerys Targaryen) non sono che l’esempio di una rosa di attori azzeccata come in poche altre produzioni. La scelta di non prendere volti noti al pubblico televisivo, ma di andare a pescare nel teatro, è stata la mossa vincente per una serie che fa dei rapporti tra i personaggi il fulcro degli eventi.

Ma è tutto oro ciò che luccica? Non proprio, e Game of Thrones non fa eccezione. Più di qualche fan ha storto il naso sull’adattamento dei libri: scene tagliate, riadattate, o addirittura aggiunte, personaggi cambiati, altri scomparsi. Per quanto sia doveroso un lavoro di arrangiamento e snellimento nel processo di trasposizione, determinate scelte sono imperdonabili: basti pensare alla scena tra Loras e Renly Baratheon, inesistente nei libri e inutile nella serie, se non per spiegare qualcosa che sarebbe stato bello intuire. Tante di queste scene servono a raccontare e spiegare ciò che il libro fa in diversi capitoli, in monologhi dei personaggi, ma la bellezza delle Cronache sta anche, e soprattutto, nella sua profondità, nel numero enorme di trame e sottotrame, che nei libri vengono solo intuite dai lettori più attenti. Per quanto sia comprensibile l’impossibilità di contenere tutto in dieci puntate da un’ora, sarebbe stato più affascinante nascondere e celare queste sottotrame agli occhi del telespettatore, spingendolo alla curiosità e alla revisione degli episodi passati. Limitandosi alla sola trama principale, la paura più grande è che la serie stanchi, porti all’esasperazione lo spettatore “vergine” della storia delle Cronache.

Game of Thrones rimane comunque una serie dagli archi narrativi intrecciati, e la situazione con cui si apre la terza stagione (31 marzo 2013) è carica di aspettative. Ad Approdo del Re i Lannister sono usciti vittoriosi dallo scontro con l’esercito di Stannis Baratheon, ma Tyrion, che tanto ha fatto per salvare la città, ha perso l’incarico di Primo Cavaliere del Re, sostituito dal padre Lord Tywin Lannister. Nel frattempo, Robert Stark deve fare i conti, oltre che con l’esercito di Lord Tywin, anche con la madre, Catelyn Tully, che ha lasciato fuggire Jamie Lannister con il cavaliere donna Brienne, per poter rivedere le sue figlie. Non sa che la piccola Arya Stark è fuggita dalla prigione di Harrenhal, diretta al Nord alla ricerca della sua famiglia. Oltre la barriera, Jon Snow sta cercando di guadagnarsi la fiducia dei bruti di cui è prigioniero, mentre gli Estranei avanzano verso l’avamposto dei Guardiani della Notte. Oltre il Mare Stretto, nel frattempo, Daenerys salpa dalla città libera di Qarth, alla ricerca di un esercito che le permetta di riconquistare il legittimo Trono di Spade.

Cosa c’è da aspettarsi quindi da questa terza serie? Chi ha letto i libri sa che “A Storm of Swords” (il libro di cui parla la terza serie, edito in Italia dalla Mondadori in tre libri, “Tempesta di Spade”, “I Fiumi della Guerra” e “Il Portale delle Tenebre”) è il più ricco di eventi e colpi di scena tra quelli pubblicati finora, e per “colpi di scena” si intendono quelli che solo Martin sa regalare (è sufficiente ricordare il finale della prima stagione). Se l’idea iniziale era di realizzare una stagione per libro, il terzo è talmente ricco da richiedere ben due serie distinte, per poter contenere tutti gli eventi. Di carne al fuoco ce ne sarà tanta, e anche questa stagione sarà capace di tenere gli spettatori incollati allo schermo, aspettando e chiacchierando tra loro, come sa fare solo una serie che appassiona.

Andrea Leo Di Meo

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