La bottega dei suicidi. La recensione

Humour nero e musical: un’istigazione alla vita.

Una città grigia dove il sole non splende più, dove la gente è triste e rassegnata, dove non si sa se è mattina o sera, se è oggi o domani. Cosa fare allora se non suicidarsi? E se la tua vita è stata un fallimento puoi sempre fare della tua morte un successo. Basta affidarsi a professionisti, come la famiglia Tuvache, ed entrare nella piccola bottega oscura! Tutto scorre nel migliore dei modi fino a quando Alan, il nuovo nato, non distrugge l’equilibrio famigliare con la sua “ingiustificata” gioia di vivere. Un po’ Famiglia Addams, un po’ favola nera. La bottega dei suicidi, del regista francese Patrice Leconte, abbraccia quella cinematografia burtoniana che tanto è apprezzata dal pubblico senza, però, mai abusarne o farne brutte copie. Tim Burton è una presenza aleggiante nel film e non perché espressamente citato, ma in virtù della nostra cultura cinematografica, grazie alla quale possiamo riconoscerne tratti o visioni distintive. Merito apprezzabile del film, che altrimenti avrebbe corso il rischio di diventare un brutto duplicato o, peggio ancora, un facsimile ridicolo.

La storia si basa sul romanzo Il negozio dei sucidi di Jean Teulé e affronta in maniera divertente e leggera la difficile tematica del suicidio. Leconte riesce a ribaltare le carte in tavola, offrendo una prospettiva grottesca e irriverente, portandoci all’inevitabile conclusione: il suicidio non è la soluzione giusta. Proprio mostrandoci la freddezza di quest’atto, la caducità della vita e i diversi modi in cui compiere un’azione così estrema, il regista fa apparire quanto sia lampante l’idiozia che è il suicidio. Contro il carovita e la crisi esistono dei rimedi ben precisi, che il regista ci snocciola a conclusione della storia. Scene crude ed esplicite e canzoni grottesche sono il biglietto da visita di questa particolare famiglia che, nonostante gli enormi difetti, piace e trascina.

Il film è strutturato in due parti: la prima, più angosciante e monocromatica, lascia poi spazio alla seconda, realizzata con colori sgargianti ed una maggiore dinamicità nei movimenti dei personaggi. I disegni acutizzano il senso d’inquietudine della storia attraverso tratti molto marcati e pesanti, come anche i personaggi, disegnati a modo caricaturale. Mishima, per esempio, ricorda molto Gomez Addams.

Niente in questa bottega è ciò che appare. Persino i genitori di Alan, nascondono dei segreti inconfessabili. Come anche l’essenza stessa del film, che non è assolutamente l’istigazione al suicidio, bensì l’amore e il calore della famiglia e di un nuovo amore che sboccia all’improvviso. Bellissimo il personaggio Marylin, la secondogenita dei Tuvache, il brutto anatroccolo che diventa cigno, che offusca anche il piccolo e sorridente Alan.

Nonostante questo manca qualcosa. E non nel particolare stile dei disegni o nelle canzoni ironiche e ritmate al punto giusto. Il difetto principale è il mancato approfondimento del suicidio e della depressione,  con una storia troppo semplice e poco pregna di punti di svolta. Terminato il film si resta come intontiti, come se un fiume in piena ci avesse investiti. Strano e curioso allo stesso tempo.

Un piccolo appunto polemico: erroneamente il film é stato boicottato nelle sale italiane. In una città come Roma, ad esempio, il film è stato proiettato in un solo cinema e, per di più, in una sala piccolina. Questo, però, non ha impedito ai veri cultori del cinema di scovare il film. Forse, e speriamo che sia così, alla base c’è un disguido: essendo un cartone i distributori hanno pensato che, visto l’argomento trattato, non fosse adatto ai bambini e, di conseguenza, si è deciso di limitarne l’uscita nelle sale. Come si può notare, però, da anni i film d’animazione sono anche per adulti. La bottega dei suicidi è semplicemente un film d’animazione SOLO per adulti. La scelta e l’attenzione per la visione di un film spetta ai genitori e non ai gestori delle sale. Toglierlo dai cinema, o limitarne la visione, è un vero paradosso. A questo punto non si dovrebbero più proiettare film horror o drammatici, non mandare in prima serata film come Showgirl o telefilm come CSI nel preserale. Ma questi sono i paradossi del nostro paese. A volte un po’ ipocrita.

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