True Blood 5×10-12 gli episodi finali

True Blood è finito! Il botto finale ci avrà stupito o rintronato.

Però una domanda potremmo legittimamente porcela: che cosa ci ha voluto dire con questa stagione?

Non si può dire che True Blood non faccia parlare di sé. Nel bene e nel male. La bontà della storia, del sistema delle innumerevoli storyline, la frammentazione e la gestione dei personaggi, principali e secondari, invocherebbero una trattazione a sé. Quest’oggi, invece, vogliamo soffermarci soltanto sulle idee che rappresentano i pilastri fondanti di questa controversa stagione, che ha rischiato molto nell’accantonare il sempre valido triangolo amoroso per deliziarci con il solito magico umorismo condito di trash e splatter a profusione.

In Gone, Gone, Gone Molly, l’esperta di tecnologia dell’Autorità, è davanti al giudizio, bardata con l’iStake. È colpevole di tradimento e pronuncia la sua ultima frase: “State distruggendo il mondo basandovi su un libro vecchio centinaia di anni. E questa sarebbe l’evoluzione?”. Giovane, nerd, vampira, relativista quanto basta, stigmatizza la svolta sanguinista, ma sostanzialmente la svolta “religiosa” dell’élite della società dei vampiri, come una solenne stupidaggine in sé. Sembra di risentire le polemiche illuministe sulle religioni rivelate, eminentemente irrazionali, come affermava Voltaire. E poi la parola “evoluzione”. Così Molly si trasforma nella solita poltiglia di sangue. Dispiace un po’ perdere un personaggio simpatico come Molly, impersonato dal volto già noto di Tina Majorino (Veronica Mars). È Bill a schiacciare il telecomando dell’iStake. La sua machiavellica pragmaticità, condita di fanatismo da neofita, lo rende inquietante. Russell, invece, vorrebbe divertirsi un po’ a dissanguare qualcuno, dissacratorio come sempre.

Le divergenze nell’oligarchia. Nonostante emerga il solito umorismo di True Blood – meno male! – questi contrasti nell’olimpo, e anche le mise di Salome, fanno pensare alle follie della decadenza: quelle dell’impero romano, quelle del Nazismo, ma in genere quelle delle situazioni in cui le brame individuali si mischiano con i furori ideologici che fanno della religione uno strumento del potere.

Eric si aspetta una punizione, dopo il tentativo di fuga dell’episodio precedente, la “vera morte”, ma Bill gli concede una possibilità di convertirsi, così Nora ed Eric prendono insieme una goccia del sangue di Lilith. E invece della fanciulla nudista appare inaspettatamente Godric, il loro creatore. Biancovestito non a caso, accoglie le dichiarazioni di sconfitta da parte di Eric, che non è riuscito a distogliere Nora dall’adorare la dea sanguinaria. Godric è benevolo come sempre, afferma che è sempre stato in loro, attraverso il suo sangue, che li ha generati. Nora protesta che lui l’ha abbandonata e che ora è Lilith la sua dea. Il piccolo e carismatico vampiro fantasma allora ribatte che quella è una “godless god” una dea pagana, folle e sanguinaria. Lui invece “evolved”, si è evoluto.

Ma ecco che Lilith si materializza e sta per ucciderlo (ancora?), mentre Eric lo incita a difendersi, a lottare. Godric ribatte che non è lui a dover combattere. Si lascia annientare. Di nuovo. Tanto torna. O almeno lo speriamo.

Notato nulla? La parola che si ripete? Il messaggio appare chiaro: l’“evoluzione” qui, come termine, è chiaramente collegato al Bene. Lo attesta la luminosità bianca degli abiti di Godric, che già nella stagione in cui ha tirato le cuoia – dunque, per la seconda volta, giusto? – era colui che non feriva più gli umani e che preferisce morire pur di non fare del male a qualcuno. Anche qui è coerente e si lascia uccidere da Lilith, al fine di muovere alla riscossa, all’evoluzione appunto, la sua progenie, Eric e Nora. Che infatti procedono oltre l’oscura religione del sangue, Nora soprattutto, definitivamente “convertiti” .

Intanto però non si possono non notare certi particolari: Sookie, l’unica rappresentante della positività sufficientemente coerente con il proprio personaggio, dopo aver ucciso il neo vampiro Mike – il medico legale di Bon Temps, che teneva i filmini porno e i filmati delle autopsie nella stessa cartella – abbozzando un consuntivo con Andy Bellefleur, considerando pure che, quando la incontrava, il tizio immaginava di succhiarle le dita dei piedi, afferma di non sentirsi più tanto in colpa per averlo dovuto trasformare in una schifosa gelatina sanguinolenta. Ha ucciso qualcuno, ma in fondo non le dispiace così tanto. Il problema non è dunque più uccidere, ma chi uccidi?

Per far risaltare questo accumulo di dati, vorrei anche sottolineare un altro punto focale, emerso negli scorsi episodi: Terry Bellefleur “fa la cosa giusta” uccidendo il suo amico Patrick – inerme ormai – per mettere al sicuro la sua famiglia, applicando così l’occhio per occhio, dente per dente, che auspicava l’Ifrit, demone della vendetta, finalmente placato dal sacrificio umano.

Ultima controprova, riguardo a questo: un Eric già “convertito” gode in maniera particolare quando uccide Russell che sta per impadronirsi finalmente di Sookie. Salva la sua fata e l’intera popolazione restante di Fairies. Fa il bene, senza dubbio, ma esulta della vendetta che aspettava da un migliaio di anni, dato che il buffo cattivo aveva ucciso la sua famiglia. Revenge. Questa è la parola. Tutti questi momenti dei personaggi citati propugnano la violenza come mezzo necessario e, anzi, sacrosanto in certi casi.

Eric dunque gode a disfarsi finalmente di Russell. Lui, il vichingo libero, maldisposto a inchinarsi davanti a qualsiasi divinità e convinto solo dai legami di appartenenza dettati dall’amore: per Sookie, per Nora, per Godric. Per Bill, anche, a cui si sente legato nonostante tutto. Senza parere, Eric in questa stagione diventa un archetipo. L’uomo “libero”. Forse piuttosto di stereotipo sarebbe però necessario parlare. Godric invece non usa la violenza, appare passivo, ma è associato alla parola “evoluzione” in modo diverso da quello che intende la tecnologica Molly. In ogni caso in modo “emancipato” dai contenuti di un libro “vecchio centinaia di anni”. Il bene è bianco, luminoso, zuppo d’amore, autorevole e, però, irragiungibile.

Torniamo un attimo alla storyline dei licantropi, da molti considerata inutile e non convergente rispetto alla vicenda generale. Negli scorsi episodi Alcide, sconfitto da JD, poiché quest’ultimo era rinforzato dal V, era tornato dal padre. Fuga, ripiegamento, consuntivo. La moralità del branco gli era stata insegnata da lui, che però non era stato altrettanto coerente: le sue azioni avevano sconfessato le sue parole. Un perdente. Nell’ultimo episodio Alcide prende la sua decisione e si assume le sue responsabilità. Anche se questo vuol dire scendere a compromessi; infatti aveva perso in precedenza con JD perché aveva voluto combattere lealmente, senza V. Ora, consigliato dal padre, lo assume e va a combattere di nuovo quel capobranco malvagio che aveva deragliato apertamente, drogando e approfittandosi delle lupe più giovani. Alcide sconfigge JD e, una volta che questi è inerme, lo uccide, proclamandosi capobranco e ristabilendo le leggi antiche del Pack, del Branco appunto. Alcide fa la cosa giusta? Ni. Per ristabilire la giustizia deve fare una cosa ingiusta. Uccide qualcuno ormai sconfitto per difendere la futura sopravvivenza dei suoi, proprio come fa Terry Bellefleur. In questo c’è riflessione – decisione razionale – e anche godimento vendicativo, come per Luna, che, in una puntata precedente, picchia selvaggiamente la moglie dell’ex sceriffo, il Dragone dei combattenti per i diritti degli umani, per farle pagare tutte le sofferenze subite.

True Blood ci sta, oggettivamente, suggerendo qualcosa: una specie di presunta “via praticabile”.

La luce connota invece gli esseri “evoluti”, Godric, ma anche le fate. Questa popolazione magica è però sostanzialmente passiva, si nasconde da millenni. È la mezzosangue Sookie che la esorta a combattere. Come gli Eloi de La macchina del tempo di H.G. Wells e gli Elfi di molti contesti fantasy (Il Signore degli anelli in primis) sono talmente superiori che, passivamente, preferiscono estinguersi. Risultano insomma deboli. Si vuole suggerire che il Bene è debole.

Torniamo però ancora ai lupi. Quelli veri – non i licantropi – non hanno bisogno di uccidersi a vicenda per rivendicare la supremazia nel branco: il perdente viene semplicemente bandito. Qui invece, dato che di esseri umani si sta parlando, si deve uccidere, se è necessario. In altre parole qual è il messaggio? Il portato degli esseri umani, il meglio a cui possono arrivare, dato che il Bene estremo risulta così impraticabile per la sua passività che sconfina nella debolezza, come testimoniano Godric e le Fate, è una violenza consentita. Non la follia ideologica e autoritaria dell’Autorità sanguinista, che, come sancisce la saggia Pam, scimmiotta il peggio di quello che gli uomini hanno sempre fatto nella loro storia, ma una “violenza necessaria”.

Altrettanto necessario sembra ricordare che a concepire queste conclusioni sono gli Stati Uniti che conservano nella loro Costituzione il diritto per ciascuno di portare armi. Che True Blood sia sponsorizzato dalle industrie produttrici di armi? Scherzo, ma non c’è bisogno di questo, la mentalità è quella. L’idea è che la violenza, spesso, è necessaria. Renderci conto della portata di questo messaggio della serie della HBO è importante per non essere spettatori passivi. E per chiedere a noi stessi se siamo d’accordo.

Ultima notazione, che tocca il centro pulsante di questa fine stagione: Bill. Lui era il simbolo di questa possibile convivenza fra umani e vampiri. L’amore fra lui e Sookie era il paradigma della possibilità della coesistenza amorosa fra diversi. Quando Eric e lei lo raggiungono, nell’ultimo tentativo di salvarlo, Bill fa il suo discorso, consuntivo di tutto. Ipotizza che la luce che aveva consentito a lei di vedere la sua gentilezza e generosità non sia altro che una debolezza. Appunto. Che la sua vita di vampiro non è stata altro che senso di colpa per essere un abominio del male, di paura per la punizione eterna e che Lilith non ha fatto che liberarlo da tale paura.

Ora, nonostante la mia personale idiosincrasia per la filosofia, mi viene in mente Epicuro, il filosofo greco esaltato dal romano Lucrezio proprio per aver liberato gli uomini dal fardello della paura della punizione eterna e poi, inevitabilmente, Nietzsche per il quale il Cristianesimo aveva reso l’umanità debole con la passività e la paura: la religione della debolezza di cui l’Uomo superiore doveva liberarsi. E infatti Bill rinasce dal sangue. Ubermensch. Superuomo. E supervillain per la prossima stagione. Lilith, la dea folle – chiaramente dionisiaca e non apollinea viste le orge che ama ispirare – ha scelto bene: Salome ne riconosce la saggezza nell’ultimo amplesso con il prescelto, in cui amore e morte si confondono. Eros e Thanatos. C’è proprio tutto.

Corollario finale: Tara. Donna, nera, lesbica e vampira, è il simbolo di tutte le minoranze possibili. Ignora Sookie, la sua amica di sempre, e finalmente libera dalla prigione e bacia Pam. “Lo sapevo” mormora Jessica; “Oh, ok!” sancisce Sookie. Politically correct e “amor vincit omnia” con la forza di un solo bacio. Lei prima odiava i vampiri, perché ne aveva paura. Ma, chiunque tu sia, l’amore vale. L’amore come eros, perché l’amore come agape risulta, insomma, impraticabile. Dodici puntate per dire questo? Sì.

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