Men in Black 3

Men in Black 3: anche D. D. Lewis ha un’anima, ovvero “elegia al film di fantascienza”.

Il titolo sibillino di questo articolo non può essere esplicitato perché è un’affermazione relativa al plot stesso del film e soprattutto al finale: scordatevi, quindi, delucidazioni in merito. Trama, personaggi, attori e regia sono e saranno già stati ampiamente dibattuti da varie anteprime e recensioni, quindi solo qualche accenno ad essi per poi passare ad altro.

I nostri due nero-vestiti, sorta di “fratelli più furbi” dei grandissimi Blues Brothers, sono alle prese con un acerrimo nemico, Boris ‘la Bestia’ (ma non chiamatelo così perché va su tutte le furie). Imprigionato in un futuristico carcere di massima sicurezza, il nostro villain della situazione — uomo pseudo-bionico appartenente ad una razza galattica pare estinta — è un personaggio piuttosto singolare; ma anche una “citazione” intertestuale, a mio parere: un compendio di caratteristiche psico-fisiche proprie di tanti altri cattivi delle fiction ispirate ai fumetti. Gli occhi, sostituiti da lenti da binocolo, ci ricordano gli occhialetti del dottor Octopus, nemico di Spiderman, e Boris è altresì capace di balzelli pneumatici che farebbero invidia sempre all’Uomo Ragno nei suoi momenti migliori. Da Easy Rider, Hippie attempato dai capelli lunghi, la barba incolta ed i denti guasti, quando si arrabbia — e capita spesso — diventa un Alien a tutti gli effetti: morfologicamente si trasforma in una creatura anfibia; tentacolare, che non sfigurerebbe, ad esempio, in una pellicola della serie Pirati dei Caraibi. Un trionfo di tutti i ghigni e le nefandezze dei cattivi del grande schermo: pensate che all’inizio del film lascia al suo destino persino una provocante pin-up, complice della sua fuga dal carcere e latrice della proverbiale torta atta alla bisogna. Dopo poco dall’inizio sapremo che il suo obiettivo principale sarà quello di vendicarsi dell’imperturbabile agente K (il mitico Daniel Day Lewis), che gli ha mozzato un braccio anni orsono, durante uno scontro, e che avrebbe fatto meglio a farlo fuori direttamente, vista la furia distruttrice del soggetto.

L’agente J (il ‘principe di Bel Air’ Will Smith) scoprirà questa faccenda risalente al passato da una fonte attendibilissima, il suo (anzi “la sua”) superiore agente O, interpretata da una tailleurata Emma Thompson: l’attrice, poco più che un cameo come presenza nel film, conferma ancora una volta la sua versatilità approdando da un passato scespiriano a fianco dell’allora marito Kenneth Branagh; a ruoli comici come quello in Junior (1994) dove affiancava De Vito e Swarzenegger, con una puntatina a Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2007), tanto per citarne alcuni.

Per ovviare alla devastazione totale progettata da Boris, i nostri due baldi — è l’unica anticipazione che fornisco — dovranno tornare nel passato: ma assisterete al cinema a ciò che comporterà questa nuova impresa; non aggiungo altro, bando alle sinopsi ed ai dettagli. Interessante invece questo film dal punto di vista di “catalogo” delle produzioni di fantascienza e fantasy, in genere proiettate negli ultimi almeno trenta/quaranta anni. Senza entrare specificatamente nel plot, e non credo sia “puramente casuale” da parte degli sceneggiatori, la pellicola pullula di citazioni di altre del genere; non scadendo nel plagio né nella banalità. Alcuni esempi: J e K in un noodle shop si ritrovano davanti una scodella di zuppa con un occhio galleggiante in bella vista; sarà deformazione cinefila ma, a mio modesto avviso, il richiamo a Blade Runner ci sta tutto. Ancora: J, senza K, propriamente — o meglio quel K — (e non rivelo perché, ma K sarà comunque presente), viene spedito nel passato — negli anni sessanta —, anzi specificatamente nel luglio del 1969 alla vigilia del primo approdo lunare. Sorge spontaneo pensare alla serie Ritorno al futuro, non solo per gli spostamenti cronologici ma anche per le location; la ricostruzione di stili di vita; abbigliamento etc. di epoche diverse da quella futuristica nella quale si svolge la storia. Data la presenza di un dispositivo da applicare all’Apollo 11 affinchè non succeda l’irreparabile, vorrei strafare e vederci anche un riferimento ad Armageddon (sempre senza scadere nel plagio, beninteso, anche perché azione e dispositivi sono decisamente diversi).

Per non parlare della disinvoltura con la quale, nei corridoi e negli uffici del quartier generale dei Men in Black, gli agenti tutti, in divisa regolamentare completo nero camicia bianca si intrattengono con alieni di vario genere (colleghi probabilmente di altre galassie): in questo si respira decisamente un’atmosfera simile a quella di Guerre Stellari (d’altronde Steven Spielberg fa capolino dai titoli di coda tra i produttori). Lo stesso dicasi per i locali — ristoranti, per esempio — dove l’aspetto umano dei gestori diventa solo una maschera che nasconde creature degne non solo di Guerre Stellari, ma anche di Monsters & Co. (per andare forse oltre). E poi veicoli, come moto superveloci di acciaio racchiuse in un telaio circolare; il quartier generale stesso, bianco risplendente come gli interni della famosissima astronave di 2001 Odissea nello spazio; i caratteri inversamente proporzionali di J e di K, che ne fanno una coppia efficace ma improbabile e quindi desueta.

Unico neo, non so se riconducibile al doppiaggio italiano o proprio della sceneggiatura, quello di aver mantenuto per passato e contemporaneità — sempre relativa alle vicende interne del film ovviamente — e il nome della base spaziale in Cape Canaveral. Se si vuole proprio essere pignoli, da ricordi infantili poi verificati, di fatto, all’epoca dell’Apollo 11 il centro di lancio spaziale veniva comunemente chiamato Cape Kennedy: Cape Canaveral è il sito geografico dove questo è situato, e solo dal 1973 ci si è cominciati a riferire al centro NASA con lo stesso nome del luogo di installazione. Tanto per precisare.

Il film è divertente, i protagonisti sempre all’altezza; forse presenta un finale troppo “americano” — scoprirete perché — che contrasta con la concitazione delle vicende: vale la pena comunque di vederlo e, perché no, continuare la “caccia al tesoro” dell’intertestualità.

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