John Carter: storia di una parabola discendente

Strana storia quella del film John Carter: annunciato come l’ultima meraviglia, diventa uno dei più grandi flop al botteghino della storia del cinema. Che è successo? Cosa non ha funzionato?

La storia di questo libro e di questo film è davvero particolare. Senza perdersi in filologismi si può affermare che Sotto le lune di Marte,  il romanzo di Edgar Rice Burroghs, è l’antesignano del fantasy e della fantascienza, esempio precocissimo di commistione fra i generi.

Scritto nel 1911 e pubblicato a puntate nel 1912, oggi, a un secolo di distanza, vede la luce nelle sale cinematografiche ora che la tecnologia ha raggiunto livelli talmente alti da consentire la visualizzazione fedele della sconfinata fantasia di Burroghs. La storia di John Carter di Marte ha ispirato le più grandi storie di fantasy e di fantascienza del nostro immaginario: è alla base di Guerre stellari, di Indiana Jones e pure di Avatar, come è stato scritto. Andrew Stanton, il regista, vincitore di due premi Oscar è diventato mitico con la magia dell’animazione di Alla ricerca di Nemo e di Wall•e e infatti la perfezione del movimento nello spazio e la precisione estetica si vedono in questo che è il suo primo film in live action. Alla sceneggiatura di questo film, in cui recitano attori come Taylor Kitsch, Lynn Collins e Willem Dafoe, hanno messo mano Mark Andrews (sceneggiatore di alcuni splendidi corti della Pixar) e il premio Pulitzer Michael Chabon. Il budget impiegato ammonta a 300 milioni di dollari. Allora perché si parla di 200 milioni di perdite operative? Fino al 31 marzo la Disney, ha dichiarato la sezione amministrativa della major, dovrebbe perdere una cifra compresa tra 80 e 120 milioni di dollari. Se non il primo, fra i primi flop della storia del cinema.

Eppure le recensioni esperte che si trovano in rete non sono negative: i punti forti del film sono evidenti, dalla resa perfetta del character design, al realismo dei colori e delle ombreggiature dei molti personaggi animati in motion capture, al succedersi delle scene per cui, grazie a tagli sapienti, nessuna azione e nessun personaggio risultano superflui.

Non è mancata nemmeno la dedizione del regista, che ha evidentemente amato molto la storia, eppure il tutto risulta irrimediabilmente già visto. Persino le musiche risultano fin troppo classiche e scontate. Non è stata sufficiente nemmeno l’elaborazione più moderna dei personaggi rispetto all’originale letterario, grazie a tocchi ironici che hanno reso credibili il veterano sudista catapultato su Marte e la bella principessa marziana. L’assurdo è probabilmente che l’archetipo, in un secolo, è diventato stereotipo, tragicamente.

Siamo tutti abituati alla magia degli effetti speciali, che non ci stupiscono più, e ci convince fino a un certo punto l’eroe romantico, ribelle, con tendenze alla violenza, irriducibile, che, sradicato dal suo ambiente, ritrova validi il suo valore e la sua capacità di resistenza e di incrollabile lealtà anche in un mondo radicalmente diverso dal suo. Il dubbio che in condizioni diverse noi si potrebbe dimostrare meglio di che stoffa siamo fatti, alla base della capacità di sognare altri mondi di Burroghs come di Salgari, si snoda in questo balzo su Marte. L’eroe ormai reso cinico dalla percezione dell’eroismo sprecato in guerre fallite (quella di Secessione americane come mille altre), dalla perdita delle persone care, trova in un nuovo amore la voglia di combattere ancora per essere se stesso. D’accordo: a volte però non basta.

Forse John Carter è un’opera cinematografica che proprio perché punta alla perfezione non cattura il grande pubblico. Avatar sì e John Carter no? Sarà il fascino dei grandi occhi e della pelle azzurra o dei lussureggianti colori di Pandora rispetto ai brulli paesaggi di Marte, sarà che il mito dello sradicato che rivela in un altro ambiente i suoi poteri, un po’ il mito del selvaggio West in cui chiunque può fare fortuna grazie alle sue capacità, oggi, in questi tempi di recessione non convince più, ma il responso dei botteghini non è in discussione. Che dire? Peccato. Nel frattempo la Disney spera di rifarsi nei prossimi mesi con The Avengers. Chissà che il segreto non sia far vedere la fragilità e non la forza, negli eroi in cui rispecchiarsi?

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