Enter the Void

Arriva in Italia con un po’ di ritardo Enter the Void, melodramma psichedelico di Gaspar Noé, regista di Irreversible.

Dopo il suo esordio nel 2009 al Festival di Cannes, Enter the Void arriva finalmente nelle sale italiane grazie alla BiM Distribuzione, casa cinematografica nostrana co-produttrice del film insieme allo stesso regista e sceneggiatore, Gaspar Noé, che grazie al successo commerciale ottenuto da Irreversible, ha potuto dedicarsi alla pellicola che per molti anni è stato il progetto dei suoi sogni.

La locandina.

Enter the Void è ambientato in una Tokio opprimente in cui la notte sembra non finire mai, ma dove paradossalmente il buio non esiste, lacerato dalle assillanti insegne al neon di locali e night club che rischiarano il cielo e le strade. In un claustrofobico e caotico appartamento vive Oscar (Nathaniel Brown), giovane americano dedito all’uso di droghe allucinogene che per mantenersi spaccia per i locali della metropoli giapponese contro il parere della sorella spogliarellista Linda (Paz de la Huerta) e del suo amico Alex.

Le prime fasi del film sono riprese in soggettiva, dando la possibilità allo spettatore di osservare il mondo direttamente dagli occhi e dai pensieri di Oscar, distorti e offuscati dagli effetti psicotropi del DMT, e di sperimentare gli effetti di un “trip” ricreato basandosi sulle esperienze reali del regista Noé. Lo stato di abbandono allucinatorio di Oscar viene interrotto dall’arrivo dell’amico Alex, che durante una breve passeggiata spiega al confuso protagonista (e quindi anche al pubblico) le teorie sulla reincarnazione illustrate nel Libro Tibetano dei Morti, secondo cui subito dopo la morte l’anima continua a fluttuare sulla terra, rivivendo il passato e scrutando nel presente fino a quando essa non decida di reincarnarsi in un nuovo nato. Un’esperienza che Alex riassume in modo calzante con l’espressione “il miglior trip che si possa sperimentare”.  

L’acido colore dei neon di Tokio farà da sfondo all’intero film.

Il siparietto teo-filosofico non è assolutamente gratuito, poiché da lì a poco Oscar farà il suo ingresso nel Void, un locale piuttosto malfamato nel quale gli eventi prenderanno una piega tragica, al punto da restare ucciso da un colpo di pistola. Sperimentare la morte violenta dalla prospettiva della vittima, condividere i suoi ultimi pensieri sconnessi scanditi dall’estinguersi dei battiti del cuore, è un’esperienza forte, e Noé la esalta collocandola in un contesto così squallido e surreale da rendere in pieno l’atrocità di una simile fine.

Ma fine è una parola grossa. Anzi, si può dire che il film inizia proprio con la morte del suo protagonista, nel momento in cui l’anima (se così vogliamo chiamarla) si stacca dalle spoglie mortali di Oscar. La prospettiva delle riprese non cambia, ma ora non ci sono più farfugliamenti o pensieri, né pareti o tetti. Ciò che rimane della coscienza di Oscar fluttua silenziosa per Tokio portando con se lo spettatore, inseguendo senza controllo le vicende delle persone care e dei nemici, rivivendo flashback della vita passata e portando alla luce ricordi, incubi e questioni in sospeso.

La prospettiva delle riprese del film corrisponde a quella del protagonista Oscar. Vedremo, sentiremo e proveremo ciò che vede, sente e prova lui.

L’uso di metodi di ripresa innovativi accompagnati dai martellanti giochi di luce ed effetti ottici creati in CGI riescono con successo a disorientare lo spettatore quanto basta per metterlo nei panni di chi sta vivendo un’esperienza estrema e decisamente fuori da ogni logica. Ma le luci stroboscopiche non sono l’unica cosa che vi farà venire voglia di distogliere lo sguardo dallo schermo, visto che Noé non lesina le dosi di violenza visiva, costringendo lo spettatore ad assistere da prospettive fin troppo ravvicinate a scene di morte, sesso e disperazione, mettendo a dura prova la soglia di sopportazione emotiva dei meno preparati.

Enter the Void è un opera fortemente personale, realizzata da Noé mediante parametri stilistici e “morali” estremi e molto lontani da quelli del cinema tradizionale, e per questo un giudizio oggettivo complessivo del suo lavoro potrebbe suonare presuntuoso e forse fuorviante, ma è innegabile che alla fine della lunga (oltre 150 minuti) sequenza di immagini disturbanti e insinuazioni scioccanti, qualcuno possa domandarsi se ci sia uno scopo o un messaggio dietro tutto ciò, o se il film sia così fine a se stesso da risultare “vuoto” come il suo titolo.

Comunque l’opera rappresenta un esperimento concettualmente interessante per qualsiasi appassionato di cinema che voglia distaccarsi dal mainstream, ma è da sconsigliare ai cineamatori casual in vena di sperimentare, soprattutto se sono convinti che dopo aver visto Paura e Delirio a Las Vegas o Trainspotting nulla potrà più coglierli di sorpresa.

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