Big Fish – Tim Burton

Una pellicola piena di colori e fantasia. Una storia d’amore commovente. Una favola spensierata che mescola realtà e immaginazione.

Parlando del cinema di Tim Burton non si può evitare di citare quello che è forse il film meno “alla Burton” della sua filmografia: Big Fish.

Nel 2002 la vita privata del regista subì un grave colpo a causa della morte della madre, avvenuta a soli due anni di distanza da quella del padre. Come se non bastasse, il suo ultimo film, Il pianeta delle scimmie (2001), era stato bocciato da pubblico e critica. A Burton serviva un progetto di facile produzione che mettesse in risalto la sua maturità artistica. L’occasione gli si presentò con la sceneggiatura di Big Fish, scritta da John August (che in seguito ha scritto anche La fabbrica di cioccolato e La sposa cadavere), a partire dal romanzo omonimo di Daniel Wallace.

Big Fish è la storia di Edward Bloom e del suo complicato rapporto con il figlio. Edward ha l’abitudine di narrare storie fantastiche riguardanti episodi della sua vita. Questa sua particolare fantasia oratoria lo porta ad allontanarsi dal suo unico figlio, William, che vorrebbe conoscere la vera storia del genitore, e non la versione romanzata che il padre racconta in continuazione.

Quando Edward, ormai anziano, si ammala gravemente, William torna nella casa in cui è cresciuto e cerca di ricostruire la vita del padre per riuscire finalmente a scindere la realtà dalla fantasia. Durante questa ricerca, però, scopre che le storie raccontate dal padre hanno più verità di quanta ne immaginasse.

Vi è mai capitato di sentire una barzelletta così tante volte da dimenticare perché è divertente? E poi la sentite di nuovo e improvvisamente è nuova. E vi ricordate perché vi era piaciuta tanto la prima volta… A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale.

Big Fish è considerata la pellicola della maturità di Tim Burton ma paradossalmente è scevra di tutti quegli stilemi tipici della filmografia del regista americano. Non c’è Johnny Depp, suo attore feticcio e non ci sono le atmosfere dark che lo hanno reso celebre. C’è la tipica casa diroccata pendete (un sigillo di riconoscimento per i film di Burton) ma nel corso della storia viene ristrutturata e resa “normale”, quasi a simboleggiare la voglia del regista di dimostrare che la sua arte è libera da quei vincoli che gli sono stati accreditati.

Big Fish è una pellicola piena di colori e fantasia. Una storia d’amore commovente, un film sul rapporto padre e figlio e anche una favola spensierata che mescola realtà e immaginazione per trasmettere un’importante morale: la vita va affrontata senza la paura di fallire. Perché, parafrasando una battuta del film, non puoi diventare un grande pesce se nuoti solo nella tua sicura boccia d’acqua.

Ma Big Fish è anche un’analisi della necessaria capacità di sognare e di raccontare storie. Necessaria per Burton che è un regista, ma necessaria anche per tutti noi che dobbiamo affrontare il grigiore della routine quotidiana senza dimenticare i colori sgargianti della felicità.

Magistrali sono le interpretazioni degli attori. Dalla coppia Ewan McGregor – Albert Finney che interpretano il giovane e il vecchio Edward Bloom, a Jessica Lange e Billy Crudup, senza dimenticare i favolosi ruoli secondari di Steve Buscemi, Danny De Vito e Helena Bonham Carter. Un cast che per tutta la durata del film sembra in perfetta sintonia con la storia e con le idee di Burton.

Big Fish non è un film. È una pillola contro la tristezza, un balsamo contro l’inedia. Un capolavoro del cinema da guardare almeno una volta l’anno.

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