Tullio Avoledo: quando il fantastico incontra l’alta letteratura

Nell’asfittico panorama editoriale italiano, Tullio Avoledo, autore di culto pubblicato da Einaudi, rappresenta la felice eccezione alla regola del fantasy come letteratura di genere.

Autore amato e venerato dai suoi lettori, Avoledo rappresenta uno dei pochi autori che è riuscito a descrivere la commedia umana in tutte le sue sfaccettature nella declinazione del fantastico.

Partendo da una realtà asfittica, talora usurata, con personaggi profondamente umani, quest’autore raffinato e arguto ricrea mondi a metà strada tra il fantastico e l’assurdo, surreali e insieme terribilmente umani. I suoi romanzi sono permeati da una tristezza lieve ma amara, dalla consapevolezza della meschinità umana di cui le sue storie sono intrise.

I volumi sono affollati di personaggi cesellati, ricchi di sfumature: dall’ironia alla rabbia, all’insoddisfazione, passando per il sarcasmo, la vergogna, la consapevolezza, l’invidia… Tutti sentimenti che Avoledo descrive con maestria e leggerezza: egli crea un bestiario umano su cui l’occhio del lettore si sofferma, prima divertito, poi con un pizzico di vergogna riconoscendo nei difetti dei protagonisti i propri.

E’ forse questa la più grande dote di Tullio Avoledo: creare contesti e figure credibili, realistiche, inserendovi elementi fantastici e surreali che sparigliano la partita, rendendo i suoi volumi un’esperienza straordinaria per i lettori. Il fantastico di Avoledo si trasforma in distopico, si muta divenendo surreale: un autore mai uguale a se stesso, che ha ben chiaro in sé il concetto di responsabilità di un autore nei confronti del suo pubblico.

Nel suo caso, egli filtra le paure dell’essere umano (la morte, la distruzione del genere umano, il dissolversi degli affetti) per trasformarli in ingredienti alchemici e misteriosi dei suoi romanzi. E’ così che ogni uomo riesce davvero a sentirsi  protagonista nei volumi di questo scrittore: perché Avoledo è in grado di descrivere le paure umane rendendole universali. Non è una scelta palese, ma è il frutto di una riflessione raffinata ed originale, dagli esiti suggestivi e coinvolgenti.

Incontrare Tullio Avoledo durante la manifestazione PordenoneLegge, tenutasi a Pordenone tra il 14 e il 18 settembre, è stata un’esperienza divertente e stimolante. Tullio Avoledo è una persona dinamica ed estroversa, ascoltarlo mentre rispondeva alle domande mi ha letteralmente aperto un mondo. Intervistarlo è stato così coinvolgente che non ho minimamente pensato di seguire le domande che avevo preparato in anticipo, e con estrema cordialità Avoledo ha deciso di rispondere ad alcune di esse tramite e-mail. In attesa di poter leggere il suo prossimo libroLe radici del cielo. Metro 2033 universe” godetevi questa interessante intervista.

I suoi personaggi sono quasi sempre antieroici, non giovanissimi, provati dalla vita. Al contrario, nella produzione fantastica contemporanea si tende a privilegiare eroi ed eroine belli e giovani e formidabili. Perchè, secondo lei?

Perché non sono né giovane né bello. Poi credo c’entri l’ “estetica Disney“, per cui puoi anche avere un protagonista brutto, vedi il Quasimodo di Notre Dame, ma alla fine chi si fa la bella è il capitano delle guardie. Giovane e bello. I lettori di fantasy possono magari non essere sempre belli, ma molto spesso sono giovani. Quindi in un protagonista giovane trovano un riferimento rassicurante sotto il profilo dell’età, qualcuno in cui identificarsi sotto quell’aspetto, mentre la sua bellezza è un desiderio a cui aspirare. Da giovani possia mo diventare, teoricamente, qualsasi cosa. Anche belli.

L’amore ricopre sempre un ruolo importante nei suoi romanzi. Cosa pensa di chi sostiene che il “genere” dovrebbe farne a meno, o riservarlo al paranormal?

Alla seconda domanda risponderei che l’amore è l’emozione più potente espressa dalla razza umana. Se l’amore producesse energia il nostro pianeta risplenderebbe come il Sole. Quanto al confinarlo entro questo o quel genere, non ne vedo la necessità. E’ una cosa che non capisco. Certo nei romanzi “classici” di fantascienza non c’era molto amore, ma c’è negli autori più moderni. Persino nei film di guerra. Prendi “Pearl Harbor” con Kate Beckinsale e confrontalo con i classici degli anni che furono, tipo “Il giorno più lungo”, dove non c’era una sola attrice, e capirai subito la differenza.

Articolo di Stefania Auci e Elena Bigoni.
Videointervista a cura di Elena Bigoni.

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