Intervista a Francesco Barbi

Lo scrittore toscano parla del suo nuovo libro, Il burattinaio, della sua concezione di fantasy e dei progetti futuri.

A pochi giorni dall’uscita del suo secondo romanzo, Il burattinaio, Francesco Barbi ci ha concesso una intervista esclusiva in cui ci parla del libro, del suo modo di scrivere, del fantasy in generale e dei suoi progetti futuri.

1. Ciao Francesco, benvenuto su urban-fantasy.it. E’ un piacere averti come ospite. Ti andrebbe di presentarti ai lettori del portale?

Sono nato a Pisa nel 1975. Da qualche anno, oltre a scrivere, insegno matematica e fisica nella scuola superiore.

2. Partiamo da una domanda fondamentale, anche se magari un po’ banale. Perché scrivi? E in particolar modo, perché scrivi fantasy? Solitamente da dove trai ispirazione per le tue storie? Hai un particolare processo creativo?

Scrivo per dare spazio al mio lato creativo, dar voce ai miei personaggi interni, creare storie che mi piacciano e mi sorprendano. Per ora ho scelto il Fantasy perché sentivo il bisogno di garantire una certa libertà all’immaginazione.

Passo molto tempo a pensare, di solito la sera, ma le idee “portanti” vengono fuori nei momenti più inaspettati, quando mi capita di accostare e riuscire a mettere insieme in modo inconsueto due o più idee indipendenti già presenti nei miei pensieri o annotate sui miei quadernetti. Spesso sono i dettagli e i vincoli di trama, coerenza, verosimiglianza e plausibilità, che mi portano all’idea. Tutto il resto segue dalla riflessione su quanto ho già scritto. Dalla ricerca dei possibili sviluppi della storia.

3. Dopo L’acchiapparatti, sei voluto tornare nelle Terre di Confine per ambientare il tuo secondo libro. Perché questa scelta? Avevi nostalgia?

Sì, avevo una gran voglia di tornare in quelle terre, esplorarne di nuove e, soprattutto, di rincontrare alcuni personaggi. E poi avevo lasciato molte porte aperte… e accumulato tanto materiale.

4. Il burattinaio è caratterizzato dall’assenza di un vero protagonista, sostituito con una gran quantità di personaggi al contempo comprimari e protagonisti. Ci vuoi spiegare le origini e le motivazioni di questa scelta?

Quando ho iniziato la stesura avevo un’idea molto vaga di dove sarei andato a parare. Sapevo quali personaggi sarebbero potuti essere protagonisti della storia, ma non avevo certezze. La storia, il mio doverla seguire attraverso un susseguirsi di scene e punti di vista, ha determinato l’uso dei diversi personaggi. La storia ha avuto bisogno di molti protagonisti. La storia, così come il burattinaio.

5. Proprio i personaggi sono uno dei punti di forza de Il burattinaio. Quello che più colpisce è che ognuno di loro ha una propria voce: difetti di pronuncia, strani intercalari e bizzarre imprecazioni. È stato difficile caratterizzare così tanto ognuno di loro? Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

Circa la voce (e il modo di parlare) dei personaggi, in questo momento mi viene da pensare che sia un elemento in genere un po’ sottovalutato o che, forse, sia io ad essere particolarmente sensibile. Che per me sia un aspetto delle persone che ha più valore di quanto creda. Sì, tutto sommato penso che la voce e il modo di parlare siano elementi che caratterizzano parecchio una persona. E che dunque valga la pena cercare di sfruttarli nella costruzione dei personaggi. Confesso anche che mi piace molto poter così giocare con la lingua.

Incontro i miei personaggi nei modi più vari, spesso (ma non sempre) per necessità, per rispondere alle esigenze della trama. Li cerco a partire dal mestiere, da un’immagine, da un ricordo. Subito devo trovarne il nome. Il nome mi deve piacere, deve suonarmi adatto a quel poco che so del suo ruolo nella storia, e mi deve raccontare qualcosa di lui. Poi lo osservo un po’, focalizzo l’attenzione su qualche particolare, ne traccio un paio di caratteristiche fisiche e/o psicologiche, mi viene in mente una certa vicenda passata che lo ha segnato o mi chiedo come vive, che cosa mangia… Insomma lo sbozzo, ma non troppo. Soltanto quando entra nella storia, cerco di spingermi dentro di lui, di metterlo a fuoco, di aggiungere particolari che lo “definiscano” (spesso completo l’opera di definizione in fase di revisione, quando “vedo” in maniera chiara il personaggio e ho annotato tutti i dettagli). Fortuna che l’immersione dura il tempo necessario per scrivere le parti che lo riguardano nella storia, altrimenti non so se riuscirei a reggere la sfida, a conservare la verosimiglianza. Stavolta ho dovuto fare un certo sforzo, ad esempio, per stare in Zaccaria. Non è facile calarsi nei panni di un pazzo dai pensieri originali e, se vogliamo, illuminati.

Riguardo al rapporto che ho con i miei personaggi, ne sono indubbiamente affascinato, alle volte innamorato. O quantomeno me ne devo innamorare, almeno un pochino, al momento di farli entrare in scena.

6. Se dovessi inserire i tuoi romanzi in una delle numerose categorie del fantasy, dove li metteresti?

Sebbene siano presenti significative contaminazioni da altri generi, li inserirei nel Low-fantasy.

Da Wikipedia: “L’esempio archetipo di low fantasy è una storia che si svolge in un’ambientazione quasi-storica in cui i protagonisti non hanno una chiara iniziativa morale e potrebbero essere ossessionati o guidati da un oscuro passato o da un difetto del carattere, e dove gli elementi convenzionali del fantasy come ad esempio la magia, gli elfi, o i nani sono scarsi o assenti… Nel low fantasy ci sono molte sfumature di grigio, dove il “protagonista” è spesso un antieroe.”

7. Ne Il burattinaio non ci sono vampiri, licantropi o angeli e, cosa ancora più insolita, non ci sono i tormenti adolescenziali che sembrano un must della produzione pop-fantasy attuale. Pensi che ci sia ancora speranza per il fantasy “fuori dal coro” e più vicino alla tradizione?

Una piccola fiammella.

8. Secondo te quale è la situazione del fantasy italiano? Esiste una ricetta per fargli acquisire quella identità che probabilmente ancora latita?

C’è poco da fare, il fantasy in Italia, soprattutto quello “adulto”, è un genere di nicchia. Non credo esistano ricette per cambiare lo status quo derivante dal substrato culturale conservatore e non esente da pregiudizi che c’è nel nostro paese o che comunque pare caratterizzare molti giornalisti, editori e addetti ai lavori. Ci vorrebbe un evento imprevedibile, uno di quegli eventi che nella mia tesi di laurea sui sistemi complessi chiamavo “cruciali”. Come un terremoto o una catastrofe naturale. Che ne so, un fantasy che vince il Premio Strega. Ve lo immaginate?

9. Tra molti scrittori più o meno famosi c’è da sempre il dibattito sul metodo migliore di creare un romanzo. C’è chi predilige creare dei personaggi e poi farsi trasportare da loro, e chi invece preferisce decidere a priori tutta la storia, magari attraverso una dettagliata scaletta. Tu come sei abituato a lavorare?

Procedo per situazioni. Per me una scaletta dettagliata sarebbe un ostacolo insormontabile o quantomeno un vincolo troppo stretto. Non riuscirei mai a creare una trama che mi appagasse, una storia inaspettata, densa e ricca di dettagli, capovolgimenti e colpi di scena, se non avessi modo di pensare a lungo in corso di stesura (e potendo far tesoro di tutti i dettagli accumulati fino a quel punto) alle possibili evoluzioni della storia. E poi non avrei alcuna voglia di scrivere una storia che già conosco.

10. Nella tua biografia si legge che sei laureato in scienze fisiche e fai così parte di quel nutrito gruppo di scrittori fantasy italiani che hanno alle spalle studi matematico-scientifici (tra questi Licia Troisi e Francesco Falconi). Quale è il segreto per mantenere viva la fantasia nonostante l’estrema razionalità necessaria per portare a termine determinati studi?

Be’, forse se il proprio lato creativo si sente costretto, imprigionato, represso, è più probabile che esploda. Come il Mietitore, chiuso per secoli all’interno del Buco nelle segrete di Giloc.

11. Quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi darci qualche anticipazione?

Al momento mi sto prendendo una pausa di riflessione. Sto accumulando materiale e idee, mi sto dedicando all’ennesima limatura di un libro di racconti di fantascienza. Prima di decidere che cosa mi impegnerà nel prossimo anno o due, sento il bisogno di pensarci bene. Sono timoroso e curioso. Seguirò il progetto che mi chiamerà con più insistenza nel prossimo periodo.

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