Dal fumetto al cinema

Al grido di “Vendicatori Uniti!” arriva Avengers di Joss Whedon: i fumetti al cinema la fanno da padroni. Come mai questa invasione?

I Vendicatori, il film tratto dal celebre fumetto della Marvel, è atteso nelle sale cinematografiche tra aprile e maggio 2012. Diretto da Joss Whedon, riunisce un cast stellare fra cui Robert Downey Jr., Samuel L. Jackson, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Chris Evans, Mark Ruffalo, Jeremy Renner, Tom Hiddleston, Paul Bettany e Gwyneth Paltrow.

L’attesa di questa ennesima trasposizione cinematografica pone delle domande su quello che è un fenomeno obiettivamente macroscopico e in crescita, che ha portato i personaggi del fumetto felicemente al cinema.

Flash Gordon, Dick Tracy, Superman, persino Asterix, e le creature della Marvel: L’Uomo Ragno, I Fantastici Quattro, Devil, Hulk, Iron Man, gli Avengers (I Vendicatori) che vengono girati proprio in questi giorni, Thor, Capitan America. E’ facile ormai raccontare le storie di esseri “superumani” grazie agli effetti speciali di quella tecnologia che ha permesso la nascita di un film come Avatar (2009), e che sicuramente evolverà con il passare degli anni.

E’ entusiasmante creare una realtà dal nulla, ma, del resto, non lo faceva anche Georges Méliès agli albori della cinematografia? La domanda sul perché così tanti personaggi dei fumetti diventino protagonisti di film al cinema non si esaurisce con il fatto, pur fondamentale, della possibilità e della relativa facilità degli effetti speciali. In fondo la locomotiva che sembrava precipitarsi sugli spettatori delle prime proiezioni cinematografiche ai tempi dei fratelli Lumière voleva scuotere, stupire e sconvolgere gli astanti: era il primo effetto speciale.

Alcuni personaggi come Flash Gordon o Capitan America sono nati per svolgere una specifica funzione in un periodo come quello fra le due guerre del Novecento nel quale le persone avevano bisogno di rassicurazioni. All’epoca emergeva l’esigenza di figure forti, patriottiche, fonti di certezze, paladini senza paura, sintomatico era proprio lo scudo, il simbolo di Capitan America. E quello che si vuole suggerire è proprio che sia il valore simbolico il motivo di questo successo.

Il cinema porta alla ribalta le storie dei fumetti, perché forniscono simboli immediati, coniugati in un sistema semplice. Attraverso i personaggi si accede ad archetipi in cui ci si può riconoscere come singoli e come gruppo. Per esempio gli X-Men e le minoranze, gli eroi e la paura del diverso.

Interessante è infatti la contrapposizione fra il Professor Xavier, mentore degli uomini X e Magneto, il leader dei mutanti malvagi. Tutti insieme costituiscono un gruppo discriminato: il gene mutante li rende diversi e reietti a causa della paura che suscitano, ma Xavier e i suoi vogliono proteggere quegli umani da cui pure sono malvisti, mentre Magneto vuole affermare la superiorità della razza mutante per dominare il mondo. E, significativamente, Magneto porta sul braccio il simbolo della paura della diversità, il numero che gli è stato impresso sul braccio ad Auschwitz. Lui rappresenta la rabbia e la voglia di rivalsa di chi è stato schiacciato ingiustamente. E’ ovvio sottolineare come il tema delle minoranze e della loro integrazione o demonizzazione sia sempre alla ribalta, nel mondo anglosassone, ma non solo. La minoranza ebrea, la minoranza nera, la minoranza omosessuale (e si potrebbe continuare): il fenomeno è sempre quello.

E’ interessante e significativo il fatto che Alan Ball abbia trasposto questo stesso concetto nella serie True Blood (2008-in produzione): a Bon Temps, in Louisiana, i vampiri, da sempre nascosti e odiati, vengono allo scoperto e chiedono e ottengono il riconoscimento dei loro diritti paritari. E quindi, anche qui come nel fumetto e al cinema, il focus è la scelta morale, la coerenza o la ribellione.

Nel terzo film degli X-Men il bene e il male si combattono nell’intimo della stessa Jean Grey: nella trasposizione cinematografica della saga di Fenice Nera, che in parte rielabora la trama originale, la potenza distruttrice della rabbia e del desiderio istintivo si scatenano nel personaggio, una volta che i blocchi imposti dal prof. X quando Jean era ragazzina si dissolvono. Il dissidio interiore fra la Jean controllata e buona e il suo alter ego malvagio si risolve drammaticamente. Il bene e il male si fronteggiano sempre e a volte il male risiede proprio dentro di noi. Messaggi antichi. Figure e contesti semplici li veicolano.

Superman è l’eroe che si nasconde nella normalità del nostro quotidiano, dietro gli occhiali, la cravatta e la banalità di un impiego borghese. “La grandezza e la forza che ci sono dentro di me, ometto apparentemente normale, tu mondo non le conosci”, in caso di pericolo via la camicia, fuori la S di Superman e il nemico sarà sistemato, costi quel che costi; la tenacia e il coraggio costeranno quasi la vita, ma dall’umiliazione (quel malvagio di Lex Luthor!) si risorge più forti di prima.

Hulk invece rappresenta l’altra versione della storia del borghese piccolo piccolo: “Se con l’ingiustizia suscitate la mia rabbia, non sapete che cosa potrebbe capitarvi!”. La scienza, nel suo aspetto bifronte di ancora di salvezza e di fonte di tutti i mali, tira fuori (e fa diventare verde!) tutta la rabbia accuratamente repressa e lo scoppio fa tremare i muri. La scienza (con i raggi Gamma o con altre più moderne definizioni), se non la si maneggia con cura, fa venire fuori il mostro che è in noi, proprio come nel Dottor Jekill e Mister Hide di Stevenson.

In un’altra visione, la scienza ti salva quando sei perduto e ti rende forte, fortissimo: Iron Man, con il suo cuore tecnologico che risolve un grave infarto; un ragno radioattivo ti morde e da timido e perseguitato diventi forte e strafottente. Quest’ultima categoria la si potrebbe catalogare con la rivincita dei Nerd. Nerd Peter Parker e nerd Reed Richards, che da scienziato secchione diventa l’incredibile Mister Fantastic e entrambi si conquistano l’amore di donne niente male.

La tua debolezza può diventare la tua forza: come per Devil per il quale la cecità diventa un potenziamento dei suoi sensi.

I Vendicatori, come anche gli X-Men, rappresentano i gruppi di guerrieri che difendono il popolo, gli innocenti, la nazione. I Marines americani? La paura di un nemico esterno soverchiante e come demonizzato genera il bisogno di essere difesi da chi incarni l’idea di una potenza superiore.

Temi semplici, ma forti e ricorrenti che rappresentano simbolicamente paure, necessità, desideri condivisi: la paura del diverso e il desiderio di essere accettati, la popolarità contro l’essere nerd, la debolezza che diventa forza, la paura dell’invasività della scienza e il desiderio che risolva tutti i problemi, la costanza e la tenacia dell’uomo che vince contro lo strapotere dell’ingiustizia.

Questi sono miti1. I miti che sempre vengono rappresentati nelle storie che amiamo, ma che trovano negli eroi dei fumetti una rappresentazione stilizzata, semplice, immediata. Una rappresentazione però che si presta a possibili approfondimenti, e dunque può essere fruita a vari livelli. La tesi è dunque che i personaggi dei fumetti, che arrivano attraverso il cinema al grande pubblico, siano i moderni miti, quelli del mondo globalizzato. Anche se, in effetti, anche i miti antichi erano i riferimenti accettati dalla gente comune del mondo globalizzato della koinè greca e poi di quella romana.

Eracle, Ermes, Zeus, Edipo, Cassandra, Efesto, Achille e Ulisse. Guerrieri indomiti (Eracle come Capitan America); re potentissimi e altezzosi (Zeus come il Galactus dei Fantastici Quattro); uomini e donne perseguitati dalla sorte o dai propri stessi doni (Edipo e Cassandra come il Punitore o Destiny, la compagna di Mistica); Titani indomabili (Prometeo come Wolverine); veloci e intelligenti messaggeri (Ermes come Silver Surfer); eroi invulnerabili con qualche tallone debole (Achille come Iron Man); eroi furbi con il gusto dell’intelligenza (Ulisse come l’Uomo Ragno).

Potremmo continuare, i Trecento Spartani che hanno salvato il mondo greco a costo della vita come i gruppi di eroi (X-Men, Vendicatori, appunto) disposti a tutto per la propria missione; uomini saggi, mentori di eroi: Il Professor X come Chirone, il centauro istitutore di Achille (entrambi, guarda caso, con un “problema” agli arti bilanciato da un’intelligenza superiore). Nomi che esprimono categorie immediatamente catalogabili per un mondo e per l’altro, grumi del pensiero che favoriscono inquadramento e giudizio.

I miti dei fumetti favoriscono l’identificazione culturale, costituiscono una lingua franca comune, almeno al livello superficiale della cultura occidentale globalizzata. Niente di troppo difficile, ma passibile di valenze più complesse.

Per questo, fra altri motivi più immediati (effetti speciali, spettacolarità, attori di grido, ma anche mancanza di idee), forse i film con i personaggi del fumetto sono proposti frequentemente ed hanno successo abbastanza sicuro.

Sarebbe interessante elaborare un giudizio di valore su questi miti, chiedersi da quale società provengono, verso quali traguardi di civiltà si dirigano e in che misura siano manipolati dal potere o scaturiscano dalla base sociale, e questo argomento di riflessione potrebbe sotterraneamente accompagnarci mentre andiamo a goderci le prossime uscite dei fumetti al cinema, primo fra tutti il prossimo attesissimo film su i Vendicatori del versatile e talentuoso Joss Whedon.

A questo punto sarebbe necessaria una definizione di mito. Premettendo che l’argomento imporrebbe un approfondimento maggiore, rimandiamo a una voce sufficientemente esaustiva reperibile in rete http://www.riflessioni.it/enciclopedia/mito.htm dalla quale abbiamo tratto la seguente affermazione espunta dal Trattato di storia delle religioni (1949) di Mircea Eliade, che può risultare esplicativa in relazione all’accezione in cui qui si intende il mito: “la funzione principale del mito è quella di fissare i modelli esemplari di tutti i riti e di tutte le azioni umane significative, in modo da fornire loro un modello extratemporale e astorico ogni volta che si tratta di «fare qualcosa» di per sé inaccessibile all’apprendimento empirico-razionale”.

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